Hei, Joe! Gli Alleati a Bari tra cronaca e romanzo

Levante editore, anno 2004

Pubblicato per la prima volta nel 1987 e vincitore del Premio Nazionale “Marina di Palese”, il romanzo è stato rieditato nel 2004 arricchito di un capitolo inedito posto all’inizio del racconto. Un capitolo che restituisce al lettore il codice deontologico di Campione uomo, scrive Mario Cavalli nella breve introduzione al testo.
Il romanzo è un racconto autobiografico, ambientato a Bari durante l’occupazione alleata. Alle soglie della giovinezza un adolescente osserva con sguardo attento, ora commosso, ora indignato, ora sorridente, ma sempre partecipe, le vicende e i drammi della vita quotidiana nella sua città.

INCIPIT CAPITOLO I

Fu una lunga calda estate, di sole e di mare, quella del ’43.
Le giornate avevano languori estenuati e i nostri quindici anni ci facevano avvertire misteriosi e inquieti i primi trasalimenti d’amore. Da pianeta sconosciuto ed alieno le ragazze diventavano un mondo da esplorare dal richiamo fascinoso e prepotente.
Le certezze di cui ci eravamo nutriti sino ad allora, come la diffidenza ostile verso l’altro sesso, il convincimento forte della nostra superiorità maschile, le zuffe pretestuose alla maniera dei cimenti tribali, stavano per frantumarsi.
Le mura di Gerico delle nostre radicate opinioni per cui le ragazze erano più fastidiose che altro, e nelle quali ci eravamo adagiati protetti e sicuri come in un involucro corazzato, mostravano crepe sempre più profonde e preannunciavano cedimenti per altro attesi nel nostro inconscio.
Si agitavano in noi richiami ancestrali e turbamenti ignoti di cui eravamo restii a parlare l’un l’altro, quasi una vergogna da nascondere.
Il branco era saldo e compatto come prima. Ma solo in apparenza. In realtà ci si moveva maldestri e impacciati, ognuno per suo conto e tutti insieme, coinvolti da una complicità non espressa ma sentita.
Al mare le risate a piena gola delle ragazze, i sorrisi appena ammiccanti ma ricchi di antica civetteria, i giochi spesso allusivi, le movenze dei loro corpi acerbi ma pronti e disposti a sbocciare, ci lasciavano inquieti ed affascinati. Un’attrattiva he non ci dava tregua e che avremmo voluto respingere in nome della compatta solidità del nostro mondo di ragazzi, ma non era possibile.
Si profilavano così fatali sconfitte per le quali c’era più dispetto che sensazione di cedimento.
Sino ad allora eravamo stati con Ulisse che da solo si era fatto legare all’albero della nave per resistere al canto delle sirene. Ora stavamo più dalla parte dei compagni di Ulisse che alle melodiose nenie di invito delle sirene erano pronti a cedere.